Parrocchia
S. Giovanni Bosco - Vasto
SCUOLA
DELLA PAROLA 2018-19
SETTIMO INCONTRO 23.01.2019
VIVERE
L'INCONTRO CON GESU'
"CORAGGIO,
IO SONO, NON TEMETE!"
La Parola di Dio
45E subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca
e a precederlo sull'altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la
folla. 46Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare. 47Venuta
la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. 48Vedendoli
però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della
notte egli andò verso di loro, camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. 49Essi,
vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a
gridare, 50perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti
sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate
paura!». 51E salì sulla barca con loro e il vento cessò. E dentro di
sé erano fortemente meravigliati, 52perché non avevano compreso il
fatto dei pani: il loro cuore era indurito.
Commento
teologico-esegetico
Il brano appena letto
è molto affascinante perché ci troviamo in barca: è la seconda scena che si
svolge in barca. Nella prima Gesù dormiva, questa volta invece è meglio ancora:
è assente. Il racconto di Marco intende rispondere alla grande domanda: dov’è
Dio? dov’è il Signore?
Il testo ci presenta una
scena molto controversa: i discepoli sulla barca non riconoscono il Signore e
sono impauriti alla sua vista. Questo racconto è un po’ la metafora della nostra
vita: la barca, la traversata, l’andar dall'altra parte. Il Signore è assente, non
c’è, come si fa? E quando poi arriviamo al finale del racconto, c’è la sorpresa
che spiega meglio come è presente. Questo testo è molto ricco di suggestioni
per la situazione che noi normalmente viviamo oggi. Allora cominciamo ad approfondire il nostro brano.
"E subito costrinse i suoi discepoli a salire
sulla barca e a precederlo sull'altra riva, a Betsàida, finché non avesse
congedato la folla" (v. 45).
Marco ha appena riportato il brano della prima moltiplicazione dei
pani. Gesù, dopo aver dato da mangiare alle folle, compie un gesto categorico verso
i suoi discepoli: si rivolge a loro e li costringe a salire sulla barca. Questo
ordine perentorio da parte del Signore è repentino. E' una costrizione. I discepoli
non hanno scelta. La costrizione rivela una realtà scomoda, qualcosa che noi
stessi non desideriamo, altrimenti non ci sarebbe nessun bisogno di costrizione.
Qui, costringendo i suoi ad entrare nella barca, è come se il Signore evidenziasse
un possibile rischio che si insinua nella relazione con i suoi discepoli (e con
le folle): se nell'episodio della moltiplicazione dei pani i discepoli volevano
congedare la folla, perchè la folla costituiva un problema, adesso invece, la
folla può rappresentare un’opportunità di successo, di prestigio, non solo per
il Maestro ma anche per i discepoli. Probabilmente essi non hanno nessuna
voglia di staccarsi da questa folla osannante. Il successo è un rischio che
Gesù vuole evitare. Ecco perchè costringe i suoi discepoli a salire sulla
barca.
E ora questi
discepoli sono da soli nella barca, senza Gesù. Gesù si allontana dalla folla
perchè volevano farlo re. I discepoli sarebbero stati contentissimi di vedere
Gesù proclamato re. In fondo lo avevano seguito proprio per questo. Ecco perchè
Pietro riconoscerà facilmente in Gesù il Messia. Invece Gesù non ha dato da
mangiare alla folla per essere fatto re e assumere il dominio di un regno
terreno. Il pane che ha dato è la sua vita, che egli dà per tutti, che egli
offre per la salvezza di tutti. Il dono del pane è simbolo del pane di vita che
Gesù darà nell'ultima cena. La moltiplicazione dei pani, pertanto, è un punto
di partenza, non un punto di arrivo. Ecco perchè Gesù: “li costrinse a entrare nella barca e a procedere di là, verso
Betsaida”.
"Quando li ebbe
congedati, andò sul monte a pregare. Venuta la sera, la barca era in mezzo al
mare ed egli, da solo, a terra" (vv. 46-47). Ecco: c’è una separazione
di Gesù dai discepoli. Lui, solo, sul monte, a pregare, in comunione col Padre,
mentre i discepoli sono sulla barca. A far fatica. E viene la sera: la barca,
l’acqua che è instabile; il buio; tenebra sopra, tenebra sotto. Il vento è
contrario e non riescono ad andare avanti. È un vero e proprio incubo. E il
Signore dov’è? La prima volta era lì che dormiva in barca e l’hanno dovuto svegliare;
adesso non possono svegliarlo, è già svegliato, è già risorto. Noi non possiamo
più svegliarlo. E dov’è?
“Se ne andò sul monte a pregare”: non è la prima volta che Marco ci descrive Gesù in preghiera. Ogni
cosa che Gesù vive, ogni cosa che si appresta a vivere, la vive all'interno
della relazione col Padre. Gesù vive la relazione con gli altri a partire dalla
relazione fondamentale con il Padre. Qui egli attinge la Vita. La preghiera è
essenziale nella vita di Gesù. Egli si nutre di questa relazione col Padre.
“Ed è subito sera”. È il senso della vita: viene la sera, vengono le
tenebre, la morte. Come le affrontiamo?
"Vedendoli però affaticati nel remare, perché
avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro,
camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. Essi, vedendolo camminare sul
mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare, perché tutti lo
avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse:
«Coraggio, sono io, non abbiate paura!». E salì sulla barca con loro e il vento
cessò. E dentro di sé erano fortemente meravigliati" (vv. 48-51).
Questo testo è da
contemplare. Gesù sta sulla terraferma, sul monte, da solo, ma, in comunione
col Padre. Ma non è lontano dai discepoli. Li vede! Mentre sono provati nel
remare durante tutta la notte, Gesù li vede. Anche di sera. Alla quarta veglia
(tra le tre e le sei della notte) i discepoli stanno ancora faticando. Dopo
dodici ore di navigazione non hanno completato il chilometro e mezzo di mare
che separava le due sponde! Una traversata che si è trasformata in un vero
incubo!
Gesù si accorge di loro, vede la fatica dei suoi nel remare contro
vento. Ma i discepoli: non sono abbandonati, nonostante la fatica cui sono
sottoposti possa convincerli del contrario. E' una dura prova quella che i
discepoli stanno vivendo. Il vento contrario sta a rappresentare il loro
spirito che è agitato dalla assenza del Signore sulla barca, nelle tenebre, in
mezzo ad un mare inospitale. Per l'ebreo il mare rappresenta il pericolo, il male, la
morte. E il vento lo agita, seminando paura e terrore. Nonostante sulla barca
abbiano le dodici ceste piene dei pezzi di pane donate dal Signore, segno del
dono della Vita, che è il Padre.
In questa situazione Gesù si avvicina, va verso di loro, e poi sembra
oltrepassare la barca. Gesù vuole infondere fiducia nei discepoli e tracciare
già il cammino che anche essi devono percorrere.
“E' un fantasma”. E' un grido di paura quello lanciato dai
discepoli. Non li ha fatti gridare la fatica, ma la paura. Tuttavia, è
necessario affrontare la realtà. Il
Signore non cambia il mare, lo farà dopo. In questo momento, non cambia: indica
come si può attraversare il mare. E la sfida dei suoi è appunto aprire gli
occhi su questo Signore: perché fin quando vedranno solamente le loro paure non
si accorgeranno di niente. E questo Signore che arriva può apparire
appunto come un fantasma: “tutti
lo videro”, nessuno escluso.
Però “furono turbati”. Il Signore, quando si avvicina, ci turba. Fa paura: “alzarono
un grido”, cioè il grosso terrore dei discepoli era proprio lui.
E Gesù parlò con
loro. Non rimprovera i discepoli, ma
li invita ad allontanare la paura: la prima parola è “coraggio!” In un certo
senso questo è un po’ il cuore del messaggio del Signore: Coraggio. Non siete soli.
C’è Qualcuno che ha una parola per tutti. E quel Qualcuno ha un
nome strano: “Io sono”, Yhwh. Colui che
ha creato il mondo, che ha domato l’abisso, che ha vinto la morte, che ha dato
la vita per tutti. Non è un fantasma, è la realtà. La realtà è questo Amore di
Dio che ci ha creato e che ha dato la vita per noi. La sua vicinanza deve farci
vincere tutte le nostre paure. Questo
nome, il nome di Dio, compare tra le due esortazioni “coraggio” e “non temete”. Su questo nome possiamo costruire,
possiamo riacquistare fiducia. Nel passo parallelo del Vangelo di Matteo
(14,22-23), quando Pietro è sulla barca e Gesù gli dice: “Io sono, non
temete”, Pietro dice: “Se è vero che sei tu, comanda che anche io
cammini sulle acque” . E Gesù gli dice: “Vieni!”. Allora Pietro
scende dalla barca e comincia a camminare sulle acque: e le acque erano come
prima, con flutti enormi. Allora accade una cosa importante: se Pietro guarda
Gesù, cammina sulle acque, se guarda le
acque impetuose, egli ha paura e va a fondo. Infine, appena il Signore si unisce ai discepoli salendo sulla barca, il vento
si calma. Il vento rappresentava tutte le loro paure. In particolare la
paura della sua assenza. E rimasero stupiti... Marco ci spiega subito il perchè
di tanto stupore...
"perché non avevano compreso il fatto dei
pani: il loro cuore era indurito " (v. 52).
Questo versetto è la
spiegazione di tutto: “non avevano compreso il fatto dei pani”. Che
cos’è il “fatto dei pani”? Questo versetto
ci aiuta a comprendere meglio anche il brano della moltiplicazione dei pani. Il
pane donato da Gesù alle folle (ma anche ai discepoli) è la possibilità di
vivere come lui è vissuto. Con molta probabilità (il testo non lo dice)
sulla barca i discepoli hanno portato con loro le dodici ceste avanzate dai
cinque pani e dai pesci. Il pane donato è il segno tangibile che Gesù, l’Amore
di Dio Padre, concretamente, vince davvero la morte, donando la vita, la sua
vita. Quel pane è lo stesso Gesù che ha dato la vita per noi, che prese la sua
esistenza e ne fece un dono d'Amore. Il dono della vita fatta da Gesù è ciò che
ci consente di vincere la morte. Il pane è segno della presenza di “Io sono”. E'
Dio questo pane. Nell'Eucaristia è Dio che dà tutto se stesso. Perché Dio
davvero ci ama infinitamente e chi ama dà se stesso, senza alcuna riserva. Dio
è l’Amore e la Vita. Solo insieme a Gesù è possibile fare la traversata. Lui è sempre
con noi nel pane eucaristico, cioè nella condivisione fraterna, nell'amore
fraterno. L’Eucaristia, segno della presenza del Risorto fra noi, è fonte di risurrezione.
L’Eucaristia
che mangiamo ci mangia, cioè diventa la nostra vita. Cosa significa questo? Il
rischio è credere che noi mangiamo l'Eucaristia, mentre è vero il contrario:
noi dobbiamo essere mangiati dall'Eucaristia. Possiamo celebrare e mangiare
anche più eucarestie al giorno, ma se invece di mangiare il corpo del Signore continuiamo
a nutrire il nostro orgoglio, il nostro prestigio, il nostro fasto, la nostra affermazione
di potere, l'Eucaristia non serve a nulla. Anzi. Già Paolo, nella Prima lettera
ai Corinzi, nel capitolo 11, afferma: “Chiunque
mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso
il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi
mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il
corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,27-29). Il
motivo della condanna consiste nel mangiare e bere l'Eucaristia "senza riconoscere il corpo del Signore".
Senza saper discernere il corpo di Cristo. Ma che cos’è il corpo di Cristo? Non
è un fantasma, come credono i discepoli spaventati. Il corpo di Cristo sono i
fratelli poveri, che non hanno da mangiare. I cristiani benestanti di Corinto
si rimpinzavano prima di partecipare alla cena del Signore insieme ai loro
fratelli poveri e digiuni. La denuncia di Paolo vuole affermare che la celebrazione
dell’Eucaristia, cioè dell'Amore di Dio, dell’Amore di Cristo che si è fatto
pane per tutti, resta fuori dalla vita del discepolo. La celebrazione
eucaristica resta fine a se stessa, ma con la vita si compie il contrario, non
amate i fratelli, il povero, l'orfano, la vedova, lo straniero. Quindi la dura
conclusione paolina: non vivete l’Eucarestia, mangiate e bevete la vostra condanna.
Al contrario, la partecipazione all’Eucarestia deve concretizzarsi in una vita
di Grazia. Allora Dio è molto presente nella nostra vita, non è un fantasma: è
presente nell’amore fraterno, nella condivisione del pane, nell'Eucarestia che
è il centro della vita. Essa rappresenta la realtà di Dio che ci ama; e noi,
facendo memoria di quest'amore, viviamo di questo amore. Mangiando questo pane,
viviamo di questo pane. Il pericolo per il discepolo di Gesù è avere un “cuore
indurito”. La situazione vissuta
nel mare rappresenta molto bene questo pericolo: la traversata è faticosa
perché c’è un cuore che non vuole aprirsi, così come sembra non aprirsi questo
mare. Ed è un cuore duro su due versanti: nell'accogliere il Signore che arriva,
perchè lo si scambia per un fantasma; non si prende, cioè, questo Amore che
viene per donarsi a noi, è un cuore che fa fatica a lasciarsi amare; inoltre,
questo cuore indurito, che stenta ad accogliere questo Gesù che viene per
amarci, farà fatica anche ad amare. Ognuno di noi vive la propria tempesta. Ma
è importante non rinchiudersi nelle proprie difficoltà, nelle proprie
debolezze. Nella tempesta dobbiamo guardare al Signore che ci ama, che vuole
portare la calma nella nostra vita, che vuole donarci la sua pace. Come Pietro,
nel passo parallelo di Matteo, dobbiamo solo invocare il Signore: "Salvami!
Signore salvami!”.
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