Parrocchia
S. Giovanni Bosco - Vasto
SCUOLA
DELLA PAROLA 2018-19
UNDICESIMO INCONTRO - 27.03.2019
VIVERE
L'INCONTRO CON GESU'
"NEANCH'IO
TI CONDANNO"
La Parola di Dio
Dal
Vangelo secondo Giovanni (8,1-11)
"Gesù
si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio
e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio,
la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in
flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne
come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per
avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per
terra. Tuttavia, poiché insistevano nell'interrogarlo, si alzò e disse loro:
«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E,
chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno
per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in
mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha
condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch'io ti
condanno; va' e d'ora in poi non peccare più»".
Commento biblico-teologico
Gv 8,1-11, il brano evangelico che narra l’incontro tra Gesù con alcuni
uomini religiosi e soprattutto con una donna sorpresa in adulterio, è un testo
che la chiesa ha sempre ritenuto Vangelo autentico, dunque appartenente al
canone dei libri biblici ispirati, eppure – come è noto – ha conosciuto una
storia strana e particolare. È ignorato dai padri della chiesa greca fino al
XII secolo e ancora nel 1546, in occasione del Concilio di Trento, vi sono
alcuni che vorrebbero espungere questa pericope dai vangeli. Nei più antichi
manoscritti questo testo manca, poi lungo i secoli vaga come un masso erratico
della tradizione evangelica: lo troviamo ora all’interno del vangelo secondo
Luca, ora in quello giovanneo… In particolare, questa pericope avrebbe trovato
difficile accoglienza perché il suo messaggio avrebbe urtato la prassi penitenziale
rigorosa delle comunità cristiane primitive circa l’adulterio, peccato giudicato
inammissibile: la chiesa ha cercato di correggere Gesù! La sua accettazione sarebbe
poi avvenuta in concomitanza con il mutamento di prassi penitenziale e con l’affermazione
della possibilità di rimettere l’adulterio (probabilmente intorno al 220 d.C. a
Roma).
Sì, la sorte di questo brano è veramente strana: da un lato la chiesa lo
dichiara appartenente alle sante Scritture in cui è contenuta la Parola di Dio,
dall’altro lo sente come un brano scandaloso e imbarazzante, come mostra
il fatto che non sempre è stato accolto dalla comunità dei credenti,
soprattutto in oriente; un brano che, se siamo onesti, imbarazza ancora noi che
lo ascoltiamo qui e ora. Dopo un lungo e travagliato migrare questo testo è
stato inserito nel quarto vangelo, il vangelo secondo Giovanni, dopo il
capitolo 7 e prima del v. 15 del capitolo 8, in cui è attestata una parola di
Gesù che sembra giustificare questa collocazione: «Voi giudicate secondo la
carne; io non giudico nessuno».
Va detto che il nostro testo presenta somiglianze tematiche e
contenutistiche con il vangelo secondo Luca, quello più attento
all’insegnamento di Gesù sulla misericordia, e potrebbe anche essere collocato
letterariamente dopo Lc 21,37-38, come mostra il seguente parallelo:
"Durante il giorno [Gesù]
insegnava nel tempio; la notte, usciva e pernottava all’aperto sul monte detto
degli Ulivi. E tutto il popolo di buon mattino andava da lui nel tempio per
ascoltarlo" (Lc 21,37-38).
"Gesù si avviò verso il monte degli
Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da
lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro" (Gv 8,1-2).
Noi però, in obbedienza al canone delle Scritture, lo leggiamo dove la redazione
finale lo ha collocato, ossia nel capitolo 8 del vangelo secondo Giovanni, nel
contesto di una discussione sul rapporto tra Legge e peccato. A questo
proposito Gv 8,1-11 ci fornisce un’icona straordinaria della giustizia e della
misericordia di Gesù di fronte a chi ha peccato.
«Mosè, nella Legge, ci
ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Gesù si trova a
Gerusalemme e, dopo aver trascorso la notte sul monte degli Ulivi, all’alba
sale al tempio, dove accoglie quanti si recano da lui per ascoltarlo (cf. Gv
8,1-2). Tutti i vangeli ci testimoniano questa prassi di Gesù, in particolare
nei giorni che precedono la sua ultima Pasqua, quella della sua passione e
morte.
Mentre egli è seduto ed intento ad annunciare la Parola a quanti lo
ascoltano insieme ai suoi discepoli, ecco che «gli
scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio » (cf. Gv 8,3), e fanno questo «per
metterlo alla prova» (Gv 8,6). Non è una scena insolita: spesso i vangeli
annotano che gli avversari di Gesù cercano di tendergli un trabocchetto,
tentano di metterlo in contraddizione con la Legge di Dio e, soprattutto,
vorrebbero poterlo accusare di bestemmia, di disobbedienza al Dio vivente:
"Vennero i farisei e si misero a
discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova"
(Mc 8,11). In una occasione alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla
prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie (Mc
10,2).
Ma questa volta il tranello teso a Gesù non riguarda interpretazioni della Legge,
ma concerne una donna sorpresa in adulterio e trascinata con la forza davanti a
lui dai testimoni del suo peccato.
Questi uomini religiosi, interpreti zelanti della Legge, fanno irruzione nell’uditorio
di Gesù, trascinano davanti a lui una donna sorpresa in flagrante adulterio, la
collocano in mezzo a tutti e si affrettano a dichiarare: «Maestro, … Mosè nella Legge ci ha comandato di lapidare donne come questa»
(Gv 8,4-5). La loro dichiarazione è formalmente ineccepibile: in Lv 20,10 e Dt
22,22 la Legge prevede la pena di morte per l’uomo (!!!) e la donna adulteri;
in Dt 22,23-24 attesta la stessa pena, mediante lapidazione, a proposito di un
uomo e di una donna fidanzata caduti in adulterio.
Questa è una legge certamente severa, ma occorre comprendere che secondo la
Torah l’attentato al matrimonio è un attentato all’alleanza con Dio, di
cui il matrimonio è figura nella storia. In altre parole è un modo «sbagliato»
per attestare una verità giusta: il matrimonio non è un semplice accadimento
all’interno della vita umana, ma è un’alleanza chiamata ad essere fedele e
perseverante nella storia; è una storia d’amore che attraversa gli anni e le
stagioni della vita e che narra l’alleanza fedele stretta da Dio con il suo
popolo. In proposito, c’è una pagina del profeta Malachia, purtroppo
sconosciuta ai più, che mi pare significativa: "Il Signore è testimone tra te e la donna della tua giovinezza, che hai
tradito, mentre era la tua compagna, la donna legata a te dall’alleanza. Non
fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? … Custodite dunque il
vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché
io detesto il ripudio, dice il Signore, Dio d’Israele … Custodite il vostro
soffio vitale e non siate infedeli" (Ml 2,14-16).
La durezza della pena prevista si spiega con il fatto che l’adulterio è una
smentita del piano creazionale di Dio e, insieme, una grave contraddizione all’alleanza.
Ma a questi uomini religiosi ciò non interessa: vogliono solo far cadere Gesù,
e poco importa se ciò esige il prezzo di una vita umana… Ecco dunque che gli esperti
della Scrittura, i gelosi custodi della Legge e i suoi irreprensibili
esecutori, irreprensibili in apparenza e perciò ritenuti dalla gente «uomini
religiosi», chiedono a Gesù: «Tu che ne
dici?» (Gv 8,5).
«Gesù si
chinò e si mise a scrivere col dito per terra». La domanda posta a Gesù mira a coglierlo in
contraddizione. Se infatti egli non conferma quella condanna e non
approva l’esecuzione che ne consegue, può essere accusato di trasgredire la
Legge di Dio, di essere disobbediente ad essa. Se, al contrario, decide a
favore della Legge, allora perché accoglie peccatori e prostitute e mangia con
loro (cf. Mc 2,15-16 e par.; Lc 15,1-2)? Perché si comporta in modo tale da sembrare
«un mangione e un beone» (Mt 11,19; Lc 7,35)? Perché annuncia la misericordia?
Quel: «Che ne dici?» significa dunque: «Tu che predichi il perdono di Dio, la
remissione dei peccati, che dici di essere venuto a cercare i peccatori e non i
giusti (cf. Mc 2,17), da che parte ti schieri in questo caso?».
Cerchiamo di sostare per un momento su questa scena. Ci sono alcuni che hanno
portato a Gesù una donna non perché sia salvata, ma perché sia condannata. Discepoli
e ascoltatori sono distanti: qui c’è solo Gesù di fronte a questi uomini religiosi
e, in mezzo, una donna in piedi. Solo lei è stata condotta in giudizio, non il suo
complice che, secondo la Legge di Mosè, doveva essere anche lui condannato a morte:
solo lei, esposta all’opinione pubblica con il suo peccato che viene dichiarato
di fronte a tutti. Una donna nell’infamia, nella vergogna, e tutti intorno a
lei sono giudici, nemici, accusatori. Non c’è spazio per considerare la sua
storia, i suoi sentimenti, la sua consapevolezza: per i suoi accusatori essa
non ha solo commesso il peccato di adulterio, è un’adultera, è tutta
intera definita dal suo peccato, da questo suo peccato pubblico, noto a tutti.
Davanti alle richieste pressanti degli scribi e farisei, Gesù si china e si
mette a scrivere per terra (cf. Gv 8,6), senza proferire parola. Dalla
posizione di chi è seduto passa a quella di chi si china verso terra; di più,
in questo modo egli si inchina di fronte alla donna che è in piedi davanti a
lui! Si pensi all’eloquenza di questa immagine: la donna che era stata presa e
fatta stare in piedi davanti a Gesù seduto come un maestro e un giudice, la
donna che ha alle spalle i suoi accusatori con le pietre già pronte in mano, vede
Gesù chinato a terra di fronte a lei.
Gesù per due volte si china, scrive con il dito
per terra, si rialza e parla (vv. 6-7; vv. 8.10): ma
cosa significa questo gesto? Non si può congetturare su ciò che Gesù avrebbe
scritto per terra. Ma è significativo il suo chinarsi davanti alla donna. Scrivendo
per terra, la terra di cui siamo fatti noi uomini e donne figli di Adamo, il
terrestre, egli ci indica che la Legge va inscritta nella nostra carne, nelle
nostre povere vite segnate dalla fragilità, dalla debolezza, dal peccato. In
tal modo, la Legge diviene segno della misericordia di Dio e della sua grazia.
A questo punto Gesù si rialza e viene in soccorso della debolezza umana
simboleggiata dalla donna adultera.
«Chi di voi è senza
peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Gesù resta chino,
mentre i suoi accusatori insistono nell’interrogarlo. Infine, dopo questo
silenzio non vuoto ma riempito dal suo gesto di scrivere sulla terra, egli alza
il capo e non risponde direttamente alla questione postagli, ma fa un'affermazione
che contiene in sé anche una domanda. Questa è una domanda che spiazza chi gli
sta di fronte e lo riporta a fare i conti in profondità con sé. Chi può dire di essere senza peccato? Gesù
– si faccia attenzione – conferma la Legge, secondo la quale il testimone deve essere
il primo a lapidare il colpevole (cf. Dt 13,9-10; 17,7), ma dice anche che il testimone,
per compiere tale gesto, deve essere lui per primo senza peccato! Il problema
infatti è il peccato: quella donna adultera ha commesso un peccato pubblico e
manifesto; gli altri, i suoi accusatori, non hanno peccati o in verità hanno peccati
nascosti? E se hanno peccati nascosti, con quale autorevolezza lanciano le pietre
che uccidono? La vera giustizia che si vuole re-instaurare dopo il peccato avvenuto
esige che innanzitutto si metta ordine nella propria vita.
Solo Gesù, lui che era senza peccato (cf. 2Cor 5,21; Eb 4,15; 1Gv 3,5),
poteva scagliare una pietra, ma non lo fa. La sua parola-domanda, che non
contraddice la Legge e nel contempo conferma la sua prassi di misericordia,
appare efficace, va al cuore dei suoi accusatori i quali, «udito ciò, se ne vanno uno per uno, cominciando dai più anziani»
(cf. Gv 8,9). Cetamente più si va avanti negli anni e più numerosi sono i peccati
fatti e accumulati. Come affermava Efrem il Siro: «Declinano i miei anni e
aumentano i miei peccati»! Questa coscienza dovrebbe attenuare la nostra
inflessibilità verso gli altri, invece di indurirla. Così una parola di Gesù, una
parola incisiva e autentica, una di quelle domande che ci scuotono e ci fanno
leggere in profondità noi stessi, impedisce a quegli uomini di fare violenza in
nome della Legge che essi credono di interpretare con giustizia e rigore.
Solo Dio potrebbe condannare quella donna e solo Gesù, colui che racconta Dio
(exeghésato: Gv 1,18), è autorizzato a fare un’azione che narri l’agire
di Dio. Ebbene, qui Gesù – permettetemi di dire – evangelizza Dio, cioè rende
Dio Vangelo, buona notizia. «Dio, nessuno l’ha mai visto» (Gv 1,18), ma molti
pensano di interpretarlo e di agire in nome suo; e così, di fatto, scolpiscono
e raccontano l’immagine di un Dio perverso, mettono una maschera sul suo volto.
Gesù invece, l’unico uomo che ha raccontato in pienezza di Dio, che ne è stato
l’esegesi vivente, afferma che di
fronte al peccatore, alla peccatrice, Dio ha un solo sentimento: non la condanna,
non il castigo ma il desiderio che si converta e viva! Sì, perché così
dice il Signore: «Io non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e
viva» (cf. Ez 33,11).
Per questo Gesù fa cadere le pietre dalle mani di quegli
accusatori-giudici, al prezzo di assumere su di sé la pena riservata a questa
donna: non è un caso, infatti, se proprio alla fine di questo capitolo si legge
che i suoi avversari «raccolsero pietre per
gettarle contro Gesù» (Gv 8,59). Solo quando tutti se ne sono andati,
allora egli si alza in piedi e sta di fronte alla donna. Lei, posta lì in piedi
in mezzo a tutti, ora è finalmente restituita alla sua identità di donna che
sta davanti a Gesù e vede Gesù in piedi davanti a lei: così è possibile
l’incontro vero. È la fine di un incubo per la donna, perché i suoi zelanti
lapidatori si sono dileguati e perché colui che doveva giudicarla non è seduto
come un giudice; poco prima si era chinato di fronte a lei e ora sta in piedi,
come il giudice che giustifica e assolve.
«Donna, …
va’ e d’ora in poi non peccare più». Ora è possibile
l’incontro parlato, che comincia con l’appellativo rivolto da Gesù alla sua
interlocutrice: «Donna» (Gv 8,10). La chiama «donna», come aveva fatto con
sua madre (Gv 2,4) e con la samaritana (Gv 4,21), come farà con Maria di Magdala
nell’alba di Pasqua (Gv 20,15). Rivolgendosi a lei in questo modo Gesù le restituisce
la sua piena dignità, la fa risaltare davanti a sé per quella che è: non un’adultera,
non una peccatrice, ma una donna. Nessuno le aveva rivolto la parola, tutti l’avevano
trascinata lì come un oggetto; Gesù invece le rivolge la parola, la restituisce
alla sua dignità di donna e le chiede: «Dove
sono [i tuoi accusatori]? Nessuno ti ha condannata?» (Gv 8,10). Ed essa
risponde: «Oudeís, Kýrie», «Nessuno, Signore»
(Gv 8,11). Alcuni autori leggono in questa risposta una grande confessione
di fede, perchè colui che si trova di fronte a lei è più di un semplice
maestro, «è il Signore», come il discepolo amato confesserà dopo la sua risurrezione
(Gv 21,7). Ma è molto più probabile che la donna non sappia neppure chi è colui
che sta davanti a lei.
Infine, Gesù conclude questo incontro con un’affermazione straordinaria: «Neanch’io
ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). Sono parole assolutamente
gratuite e unilaterali. Il testo infatti non ci dice che la donna era pentita,
non è interessato ai suoi sentimenti ma rivela che, quando è avvenuto l’incontro
tra la santità di Gesù e il peccato di questa donna, allora – riprendendo le
parole di s. Agostino – «rimasero solo loro due, la misera e la misericordia» (ibid.).
Ecco la gratuità di quella assoluzione: Gesù non condanna, perché Dio non
condanna, ma con questo suo atto di misericordia preveniente, offre a quella
donna la possibilità di cambiare.
Non ci viene detto che essa cambiò vita, che si convertì, che andò a fare penitenza
né che diventò discepola di Gesù e si mise a seguirlo. Guardiamoci bene dal far
dire al Vangelo ciò che noi desidereremmo dicesse! Non sappiamo se questa
donna perdonata dopo l’incontro con Gesù abbia cambiato vita: sappiamo solo
che, affinché cambiasse vita e tornasse a vivere, Dio, che non vuole la morte
del peccatore, l’ha perdonata attraverso Gesù e l’ha inviata verso la libertà: Va’,
va verso te stessa e non peccare più.
Ora comprendiamo meglio le parole pronunciate da Gesù in Gv 8,15: «Io non giudico nessuno». Gesù infatti è
venuto non per giudicare ma per salvare il mondo (cf. Gv 3,17); è venuto per i
peccatori, non per i giusti; per i malati, non per i sani (cf. Mc 2,17 e par.).
La contemplazione dell’incontro di Gesù con questa donna ci ha fatto conoscere
la misericordia di Dio, le sue viscere di compassione, la sua passione d’amore
per noi uomini e donne, che gli impedisce di condannare ma lo obbliga, per così
dire, a offrire gratuitamente il suo perdono in vista della nostra possibile conversione.
Sì, la giustizia di Dio contiene in se stessa il perdono: per questo, di fronte
al peccato, Gesù fa giustizia perdonando. Chiamato a scegliere tra la Legge e
la misericordia, Gesù sceglie la misericordia senza mettersi contro la Legge,
perché sa distinguere il peccato dal peccatore.
La Legge è essenziale quale
istanza in grado di rivelare il peccato; ma una volta infranta la Legge, di fronte al peccatore concreto deve
regnare la misericordia! Nessuna condanna, solo misericordia: qui
sta la grandezza e l’unicità di Gesù, rispetto all’Antico Testamento, ma – va
detto – anche rispetto a comportamenti registrati nella vita della chiesa
nascente (cf., per esempio, At 5,1-11). Infatti, ogni volta che Gesù ha
incontrato un peccatore lo ha assolto dai suoi peccati e non ha mai praticato una
giustizia punitiva; ha esortato con forza, ha pronunciato i «Guai!» in vista
del giudizio (cf. Mt 23,13-32; Lc 6,24-26), ma non ha mai castigato nessuno:
egli infatti sapeva distinguere tra la condanna del peccato e la misericordia
verso il peccatore, distinzione che a noi riesce così difficile.
Ecco
dunque il messaggio sconvolgente della misericordia di Dio che cancella ogni
peccato, del suo perdono preveniente anche rispetto alla nostra conversione:
qui sta la singolarità «scandalosa» di Gesù, rifiutata da chi si ritiene
giusto, accolta dai peccatori. Sempre
sono l’una di fronte all’altra la misericordia inesauribile di Dio e la nostra miseria.
L’unica cosa che ci è chiesta è di riconoscere consapevolmente la
nostra miseria e di accettare che il Signore la ricopra con la sua
misericordia: aderendo con tutto il nostro essere a tale misericordia, potremo
a nostra volta diventare capaci di compassione verso tutti gli uomini e le
donne, nostri fratelli e sorelle, amandoli – come scrive l’Apostolo Paolo – «con le viscere di misericordia di Cristo
Gesù» (Fil 1,8). Sì, chi si riconosce peccatore può sperimentare che la misericordia di Dio in Gesù Cristo rende
possibile ogni giorno un nuovo inizio. E così è reso capace di usare
tale misericordia nei confronti degli altri, tutti peccatori, tutti coperti
dall’inesauribile misericordia di Dio. Ma fate bene attenzione: al centro non
c’è il peccato, né la conversione e neppure la donna, ma il comportamento di
Gesù verso il peccatore: un comportamento sorprendente e commovente. Sì, Gesù
viene ancora ogni giorno a noi dicendo al nostro cuore: «Va’ e d’ora in poi non peccare più».
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