II SETTIMANA BIBLICA ONLINE - 08 AGOSTO 2019 - QUARTO GIORNO
II
SETTIMANA BIBLICA ONLINE
08
AGOSTO 2019
IN CAMMINO
VERSO GERUSALEMME
Quarto
giorno
Primo momento:
Preghiera iniziale
Amen.
1Dio dei padri e Signore della misericordia, che tutto hai
creato con la tua parola, 2e con la tua sapienza hai formato l'uomo
perché dominasse sulle creature che tu hai fatto, 3e governasse il
mondo con santità e giustizia ed esercitasse il giudizio con animo retto, 4dammi
la sapienza, che siede accanto a te in trono, e non mi escludere dal numero dei
tuoi figli, 5perché io sono tuo schiavo e figlio della tua schiava,
uomo debole e dalla vita breve, incapace di comprendere la giustizia e le
leggi. 6Se qualcuno fra gli uomini fosse perfetto, privo della
sapienza che viene da te, sarebbe stimato un nulla… 9Con te è la
sapienza che conosce le tue opere, che era presente quando creavi il mondo; lei
sa quel che piace ai tuoi occhi e ciò che è conforme ai tuoi decreti. 10Inviala
dai cieli santi, mandala dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi
affianchi nella mia fatica e io sappia ciò che ti è gradito. 11Ella
infatti tutto conosce e tutto comprende: mi guiderà con prudenza nelle mie
azioni e mi proteggerà con la sua gloria (Sapienza 9,1-6.9-11).
Nel
nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
Secondo momento: La
Parola di Dio
SALMO 130: CON IL
SIGNORE E' LA MISERICORDIA.
Il testo
1 Canto delle salite.
Dal profondo a te grido, o Signore;
2 Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.
3 Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
4 Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.
5 Io spero, Signore.
Spera l'anima mia,
attendo la sua parola.
6 L'anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all'aurora.
Più che le sentinelle l'aurora,
7 Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
8 Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.
Terzo momento:
Commento teologico-esegetico
Il Salmo 130 ci conduce in una situazione di estrema
angoscia e pericolo, addirittura in un abisso profondo, come recita il versetto
iniziale, «dal profondo a te grido,
Signore». Dall’insieme del Salmo riusciamo però a intuire che questo abisso
non proviene dall'esterno, come nel Salmo 124, ma origina dal proprio peccato. Da
questa profondità abissale si invoca perciò il perdono e la misericordia di
Dio. «Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono, perciò avremo il
tuo timore». Il salmista si trova ancora in preda all’angoscia, ma questa
volta non a causa di pericoli esterni che lo minacciano, o di una persecuzione
che lo opprime, ma a motivo del proprio peccato. C’è un grido di angoscia che
sale a Dio da una terra straniera, in cui si sperimenta l’ostilità di lingue
che vogliono la guerra – il Salmo 120 – ma c’è un grido che sale a Dio anche
dall’angoscia del proprio peccato, come ci ricorda questo Salmo. Dio veglia su
entrambe le situazioni e ci libera sia dal peccato che subiamo dagli altri, sia
dal nostro stesso peccato. I Salmi delle ascensioni ci offrono sempre questa
visione globale, indispensabile per una fede autentica.
Il grido iniziale
Il Salmo si apre con un grido che sale dal profondo. «Dal profondo a te grido, Signore». In
ebraico c’è un plurale: dalle profondità, per
sottolineare anche il mistero della realtà del peccato. La profondità per gli ebrei è un fattore negativo. Nella
tradizione ebraica tutto ciò che è basso rispetto alla cima dei monti ha un
valore simbolico negativo. Il luogo in cui si desidera andare è la cima dei
monti, simbolo della vicinanza al monte di Dio (cf. Sal 121,1; 125,1), che è
principio di vita. La supplica nasce invece dall’abisso, da una profondità che
indica la morte. Quello in cui si trova il salmista sembra essere un abisso
senza uscita: solo la voce del suo grido può innalzarsi. Il Salmo intende
alludere a ogni altra nostra situazione dalla quale non possiamo fare altro che
gridare verso Dio. Il peccato non è un atto passeggero, né qualcosa
che resta all’esterno dell’uomo, bensì una situazione durevole, uno stato,
qualcosa che intacca l’uomo nel profondo del suo essere.
Da questa situazione si può risalire solo attraverso
la supplica della preghiera, capace di raggiungere Dio. Soprattutto occorre non
perdere la consapevolezza che anche in questa situazione, anzi soprattutto in
essa, Dio rimane colui che ci ascolta. Il suo ascolto fa sì che Dio sia
presente anche nelle profondità abissali del peccato dell’uomo e della storia,
come ricorda con immagini bellissime il Salmo 139: «Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza?
Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti». In virtù di
questo suo ascolto e di questa sua presenza, il Nome santo di Dio può sempre
essere invocato. Il Nome santo del Signore nel nostro Salmo ricorre ben otto
volte (quattro volte con il tetragramma sacro impronunciabile e quattro volte
con il termine Adonai, Signore. In questo modo il salmista vuole
sottolineare che come il Nome di Dio pervade tutto il Salmo, così la sua
misericordia pervade l’intera nostra esistenza e la più ampia storia degli
uomini.
Il salmista e Dio si trovano agli antipodi: il primo è
sprofondato nell’abisso, grida dal profondo, mentre Dio, anche se il Salmo non
lo esplicita, non possiamo che immaginarlo in alto, anzi nel più alto dei
cieli, come affermano molti altri Salmi. Ma c’è una distanza ancora maggiore:
quella tra l’uomo peccatore e Dio che è il Giusto, il solo Santo. Eppure,
nonostante questa distanza abissale, il dialogo rimane possibile, autentico,
perché Dio nella sua misericordia non desidera fare altro che questo: chinarsi
per ascoltare il grido di chi lo invoca, in particolare il grido che sale
dall’abisso del peccato. Con Agostino possiamo affermare che il Salmo mette in
relazione e in dialogo profondo l’abisso del nostro peccato e l’abisso della
misericordia divina.
Questo andamento dialogico si sviluppa poi nel
prosieguo del Salmo, in particolare nella seconda e nella terza strofa, in cui
lo sguardo si posa dapprima su Dio e poi su colui che lo prega. Nei vv. 3 e 4
abbiamo innanzitutto una rivelazione del volto più autentico di Dio. Egli è
colui che non considera le colpe, ma perdona. «Non considera» è detto in ebraico con il verbo “custodire” (cf. Sal
121). Il Signore è colui che custodisce la nostra vita, veglia sulla nostra
esistenza, ma non veglia, non spia il nostro peccato. Un Dio che guarda ai nostri
peccati per punirci è una immagine distorta e deforme di Dio, che questo Salmo
ci aiuta a dissipare. Il Salmo 130 afferma che Dio non è così, non spia, non
veglia sulle nostre colpe, se non per perdonarle. Questo verbo è
particolarmente eloquente in questo Salmo perché ritorna poco più avanti, nei
vv. 5 e 6 per parlare dell’anima che, come una sentinella, veglia e attende il
Signore e la sua Parola. Si crea allora questo interessante gioco simbolico: i
pellegrini «vegliano» per il Signore,
il quale però non «veglia» sulle loro colpe. La vigilanza dell’uomo consiste
nell'attendere l’arrivo non di un Dio accusatore, ma di un Dio liberatore.
Se Dio al contrario considerasse le colpe, nessuno
potrebbe sussistere davanti a lui. Comprendiamo allora che la misericordia di
Dio e il suo perdono non consistono semplicemente nell’ignorare o nel
cancellare la nostra colpa, ma nel ricreare la nostra libertà mortificata,
uccisa dal peccato. Per la Bibbia ci sono due azioni che solo Dio può fare: creare e perdonare. Il
perdono appartiene solo a Dio proprio perché perdonare significa ricreare una
libertà perduta, e soltanto Dio è creatore. Proprio per questo motivo il
perdono ricevuto ci conduce nel “timore di Dio”, cioè nel senso autentico di
Lui e del suo mistero. È molto bello ciò che qui il Salmo mette in luce:
proprio il perdono ci conduce nel timore di Dio, perché è proprio perdonando,
più ancora che creando, che Dio si rivela in tutta l’autenticità del suo volto.
Di conseguenza, è nell’esperienza del peccato perdonato che noi giungiamo a
vivere la più forte e autentica esperienza di Dio. Tanto è vero che il salmista
afferma al v. 4: «presso di te è il
perdono», così come più avanti dirà «presso
il Signore è la misericordia». “Presso di te”: è un’espressione semitica
che sta a dire che perdonare non è solamente un atto saltuario di Dio, ma è
qualcosa di costitutivo del suo stesso essere. Dio è colui che perdona. Dio è
il misericordioso. Ed è perdonando che maggiormente rivela il suo insondabile
mistero.
Ora lo sguardo del salmista si sposta da Dio all’uomo.
Conoscere Dio significa conoscere meglio se stessi. Conoscere il suo volto
significa lasciarsene trasformare. Anche questo è un aspetto del timore di Dio.
L’uomo di fede è colui che teme Dio, e temere Dio significa lasciarsi
trasformare dall’incontro con Lui, soprattutto nell’esperienza del perdono, che
ricrea la nostra libertà e trasfigura il nostro cuore. Se Dio è colui che
perdona, l’uomo non può più considerarsi come un peccatore, ma come un vigilante, una sentinella che attende la sua parola, e occorre
intendere soprattutto la sua parola di misericordia e di perdono, più che le
sentinelle l’aurora. Se Dio è colui che perdona, allora il grido con cui si
apre il Salmo, da grido di angoscia diventa un grido di speranza: «Io spero nel Signore, l’anima mia spera
nella sua parola». Tra questi due gridi, quello dell’angoscia e quello
della speranza, nel mezzo sta la rivelazione e la conoscenza del vero volto di
Dio. È molto significativa questa costruzione letteraria del Salmo: la
rivelazione di Dio, che incontriamo nella seconda strofa, trasforma il grido di
angoscia della prima strofa nel grido di speranza della terza. Anche l’abisso
viene trasformato: all’inizio del Salmo l’orante percepisce di essere in una
profondità oscura, tenebrosa; ora percepisce di essere sì ancora in una notte,
ma come colui che attende l’aurora, certo che la luce del sole verrà presto a
rischiarare le sue tenebre.
Il grido della speranza si esprime così al v. 5: «Io spero nel Signore». La traduzione va
lievemente corretta, perché il testo ebraico dice più esattamente: «Io spero il Signore». Non nel Signore, ma il Signore. Cambiamento lieve, ma decisivo:
perché qui Dio viene visto come il termine immediato e unico della speranza. Se
dico spero «nel Signore» rischio di fare di Dio non la meta unica del mio
desiderio, ma una via, un mezzo per raggiungere qualcosa d’altro cui anelo. Il
Salmo ci ricorda invece che non bisogna sperare, attendere, cercare altro se
non il Signore, perché è incontrando Lui, come anelito più vero della nostra
vita, che possiamo poi accogliere in lui tutto il resto. «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose
vi saranno date in aggiunta», afferma Gesù nel Nuovo Testamento (Mt 7,33;
cf. Lc 12,31). In ogni cosa dobbiamo cercare Dio. Anche nell’esperienza del
peccato: non dobbiamo solo desiderare il perdono, ma più profondamente di
incontrare Dio come colui che ci perdona. E non è la stessa cosa.
Occorre attendere, ci ricorda il Salmo, come una
sentinella. Una sentinella, cioè uno che spia in ogni cosa la venuta del
Signore, che è attento a osservare e riconoscere ogni traccia, anche la più
debole e insignificante, della sua prossimità, della sua venuta. Dietro questa
immagine della sentinella possiamo anche intravedere altri due tratti del
perdono di Dio. Innanzitutto la certezza; Dio perdonerà sicuramente, così come
la sentinella, pur nel disagio e nello smarrimento della notte, è certa che
presto una nuova aurora sorgerà a diradare le tenebre. Poi la gratuità del
perdono: la sentinella non può far nulla per meritare l’aurora, che tornerà a
sorgere in modo gratuito; può solo attendere. Ma l’attesa rimane decisiva,
perché solo per coloro che sanno attendere la nuova aurora non sorgerà inutilmente
sulla loro vita. Chi non sa attendere, vegliare, sperare, rischia di rimanere
nell’oscurità della notte anche in pieno giorno.
Infine il dialogo, da questo rapporto interpersonale
tra Dio e l’orante, si allarga a includere l’intera comunità: tutti devono
attendere il Signore, sperare da Lui la redenzione di tutte le loro colpe. In
quest'ultima strofa è forte questa immagine di totalità: c’è tutto il popolo con tutte le sue colpe. La misericordia di Dio è talmente ampia che nulla ne rimane
escluso; grande è infatti presso di lui la redenzione: grande, larga, per tutti
e per ogni peccato, anche il più grave. Il pellegrino, dopo aver fatto
l’esperienza personale del perdono, ne diviene annunciatore e testimone anche
per altri, anzi per tutti. Il suo rapporto così personale e intimo con Dio non
è esclusivo, ma inclusivo: lo conduce in una più profonda comunione e
solidarietà con tutto il suo popolo. Essere profeti significa che la propria
speranza può e deve diventare la speranza di tutti. Che la nostra attesa può e
deve diventare l’attesa di tutti. La sentinella è questo: un credente che, a
motivo dell’esperienza profonda di Dio che ha personalmente vissuto, diventa
capace, anche nella notte, di sostenere insieme a tutti, con legami profondi di
fraternità, l’attesa del giorno che viene. L’attesa del giorno di Dio, della
sua misericordia, della sua redenzione.
Quarto momento: La
riflessione personale
Dedicate
almeno mezzora alla vostra personale riflessione.
Traccia di riflessione: La nostra vita è
vissuta nell'attesa della Parola perdonante di Dio o siamo sprofondati nella
disperazione del nostro peccato? Annunciamo la misericordia liberante di Dio a
coloro che incontriamo nella nostra vita?
Quinto momento: La
condivisione comunitaria
Se
avete deciso di vivere insieme ad altri i primi tre momenti (in modo
residenziale), scambiate con loro la vostra riflessione.
Al
termine della vostra condivisione, accedete al blog
noiabbiamolamentedicristo.blogspot.com e inserite un commento alla scheda del
giorno in modo da favorire l’arricchimento spirituale di tutti coloro che
partecipano alla Settimana Biblica Online. Ricordate sempre di firmare i vostri commenti, altrimenti resterete "anonimi".
Sesto momento:
Liturgia delle Ore
Siamo
giunti al momento conclusivo della Giornata. Accedete al sito www.liturgiadelleore.it che vi
proporrà il testo della Liturgia delle Ore corrispondenti all’ora in cui
effettuate l’accesso. Sarà un momento di preghiera vissuto in comunione non
solo con i partecipanti alla Settimana Biblica Online, ma con la Chiesa
Universale.
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